Quando 15 minuti possono cambiare la vita

Quando 15 minuti possono cambiare la vita

9 Maggio 2017

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di Laura Aldorisio

«Me ne volevo andare il più lontano possibile», racconta Osvaldo De Falco di Cosenza «e invece sono tornato a casa per aiutare i piccoli agricoltori come mio padre». Insieme a Giuseppe e Giorgio ha fatto nascere Biorfarm, la piattaforma per adottare un albero, monitorarne la vita via smartphone e ricevere a domicilio i frutti biologici appena raccolti. Un terreno digitale e un network di agricoltori 2.0.

Racconterà la sua storia all’arena degli investitori domani alla manifestazione Seeds&Chips in Fiera Milano. Biorfarm è una delle sette start up selezionate dall’Innovation Center di Intesa Sanpaolo, guidato da Maurizio Montagnese, a cui fa capo il programma StartUp Initiative, nato nel 2009 e già alla sua 100esima edizione. Alla call FoodTech hanno partecipato 80 startup. Al traguardo finale sette di cui cinque italiane.

Andrea Contri, responsabile della StartUp Initiative, preannuncia che «per questa edizione in sala il livello di interesse è molto alto, tanto che raggiunte 350 conferme abbiamo dovuto bloccare le registrazioni. Raccoglieremo le manifestazioni di interesse da trasmettere alle startup. In Italia ci vogliono diversi mesi per i primi investimenti, ma i tempi potrebbero anche essere più brevi. Un caso precedente ha chiuso addirittura in due settimane».

Dieci minuti per illustrare l’idea e cinque minuti per rispondere alle domande. «Domani vorremmo recuperare le risorse per realizzare la nostra azienda agricola condivisa», continua Osvaldo. Due anni fa, ancora under 30, i tre giovani abbandonano le scrivanie delle multinazionali di consulenza finanziaria e ingegneria informatica in cui lavoravano e tornano alla terra. Nel 2016 il primo betatest ha generato risultati sorprendenti. Tre agricoltori produttori di arance, olive e mele hanno raggiunto tramite il portale 2.320 clienti che hanno adottato 480 alberi e ricevuto 10 tonnellate di prodotti.

 

«Con questo metodo coniughiamo l’esigenza dell’agricoltore di avere margini più alti del tradizionale canale di vendita e del consumatore di verificare come viene curato quel che mangia». Gli agricoltori ricevono in anticipo l’incasso così da poter avere liquidità per eventuali migliorie. «La tecnologia ha permesso di saltare gli intermediari, come la grande distribuzione che vende a tre euro quel che dal contadino compra a 25 centesimi e la galassia delle cooperative i cui pagamenti sono dilazionati nel tempo». Dal 2011 ogni anno il 5% dei piccoli agricoltori in Italia scompare.

«L’e-commerce è stata la prima ipotesi ma nessuno può vantare la diversificazione di prodotto necessaria. Basta digitalizzare il processo delle aziende agricole e condividere il proprio lavoro dando vita a una comunità agricola digitale. Ci sono molto agricoltori giovani, è in atto un cambio generazionale importante».

Un veneziano può avere un albero di kiwi a Latina, coltivare le mele renette in Trentino, ricevere il proprio olio dalla Puglia e vantare un vigneto in Toscana. «Mio padre all’inizio non capiva nulla, ora è entusiasta». Agricoltori con terre senza più confini.

Domani Giovanni Tomarchio, CEO e co-founder di Delizialy, potrebbe ammaliare gli investitori con questa domanda: e se chiunque potesse mangiare a prezzi contenuti un piatto stellato come il rognone candito con succo di prezzemolo, gin e impreziosito con i ricci di mare?

«Era il mio desiderio», dice Giovanni «e l’ho creato. Per me prima di tutto. Rendere accessibile a chiunque un menù inedito di chef riconosciuti che testano le creazioni tramite la nostra community. Stiamo crescendo, oltre 2mila iscritti da dicembre 2016. Fino ad ora ci siamo autofinanziati. Stiamo cercando partecipazioni industriali».

 

Nel Dna di Giovanni c’è una passione viscerale per il cibo. La sua famiglia produceva soft drink e un suo avo era un monsù, dal francese monsieur, chef che nelle case dei nobili realizzava proposte di menù. «Abbiamo iniziato a capire che questa storia personale poteva essere molto attuale». Da un lato i ristoranti hanno un problema di fidelizzazione e dall’altro il consumatore ricerca trasparenza e personalizzazione assieme al desiderio di sperimentazione. Nella community non c’è una tendenza specifica, convivono l’appassionato di cibo che richiede la tradizione come chi cerca l’innovazione. «Siamo scesi in campo. Io e un altro socio abbiamo lasciato il lavoro. Avevamo fatto le prime verifiche di mercato e siamo partiti perché il prodotto poteva avere un senso». Si sceglie il menù, si personalizza e si va al ristorante. L’obiettivo è ampliare la stessa possibilità a livello nazionale e internazionale. Il team, Giovanni, Giulia, Paolo, Maximiliano, presenta background di diversa provenienza, innovazione di processo, informatica, gestionale, finanziaria, organizzativa. «Siamo felici della scelta fatta», conferma e scherza «ma a me piace cucinare, ogni tanto mangio anche a casa».

Nei suoi quindici minuti avrà in mano un prodotto già brevettato. Armando Rizzo, stanco di vedere le sue pizze rovinate dal cartone d’asporto, nella sua pizzeria a Saronno ha iniziato a sperimentare nuovi materiali per trasportare le pizze a domicilio. A causa della condensa arrivavano a destinazione umide, gommose, fredde. Fino a creare Vinni pizza, il vassoio in polisterene che mantiene fragrante e calda la pizza. La soluzione è impilabile e riutilizzabile.

 

«Ha grande spirito d’inventiva» conferma Mario Menzio, ora in società con Armando. Dopo aver trovato il materiale, non aveva i mezzi e l’esperienza per farlo diventare un prodotto commerciale. Ha presentato la sua creazione a Mario e al socio Johnny Lo Piscopo che due anni fa hanno sviluppato un programma per investimenti in Italia come consulenza e assistenza. «Siamo fieri di essere coinvolti in questo progetto. Armando ci ha conosciuto in un workshop con altri venti inventori. Ci ha invitato a provare il prodotto: ci ha preparato una pizza e l’abbiamo trasportata a casa con Vinni pizza. Dopo un quarto d’ora il prodotto era come appena sfornato». Molti pizzaioli iniziano ad interessarsene. Ogni giorno in pizzeria viene investita un’ora a dare forma ai cartoni. Sta aumentando anche la consapevolezza che non tutto il cartone è adeguato al contatto con gli alimenti per di più caldi, in particolare il materiale riciclato. Ora è tempo di raccogliere i fondi necessari per diffonderlo sul mercato a livello nazionale. «Vinni pizza è stato oggetto di un brevetto depositato in Europa, Canada, Stati Uniti e Brasile, che sono strategicamente i Paesi più importanti per consumo di pizza. Il prezzo è più alto ma ha molti vantaggi», chiude Mario.

Nel programma StartUp Initiative dal 2009 sono state oltre 4mila le idee valutate e 1.100 le startup che hanno partecipato al programma.

«Nel corso di 100 edizioni, abbiamo accompagnato circa 750 startup finaliste all’incontro con oltre 9.200 investitori e imprese», racconta Thomas Bestonzo, Innovation manager. «Si contano oltre 130 casi di successo e 12 realtà in cui il percorso di investimento si è completato con una exit industriale. Di 500 startup italiane attive abbiamo misurato l’impatto sull’economia reale: un fatturato annuo complessivo di oltre 122 milioni di euro e oltre 1.500 persone impiegate».

 

Una di queste è Mamma M’Ama, figlia del programma StartUp Initiative e ha appena raccolto un nuovo importante finanziamento. “Com’è possibile che nessuno lo abbia mai inventato?” Quante volte se lo chiedono le mamme che hanno bisogno di prodotti o funzionalità per i propri bambini che in commercio non esistono. L’intuizione giusta non si persegue per mancanza di energie e tempo. Erica Della Bianca, Sonia Matteoni e Sonia Litrico non si sono arrese e hanno creato Mamma M’Ama, startup che produce pappe fresche e biologiche per lo svezzamento dei bimbi dai 4 ai 36 mesi.

Erica racconta l’abbrivio: «cucinavo per il mio primo figlio Ettore, otto mesi in pieno svezzamento. Ma se andavo fuori a cena o via per il weekend compravo prodotti già pronti. Il reparto fresco per adulti si è evoluto mentre per il bambino mi sono accorta che erano gli stessi prodotti di quando ero bambina». Erica chiama due amiche, mamme a loro volta. Era maggio 2014.

«Abbiamo detto: facciamolo perché c’è la necessità. L’amicizia ci ha lanciato in questa missione. Per 18 mesi abbiamo studiato. Tutti ci dicevano che era  impossibile ma non ci siamo mai scoraggiate».

Una tecnologa «meravigliosa» e il laboratorio giusto artigianale hanno completato l’opera. Arrivate le certificazioni del ministero della Salute è iniziata la produzione. Dopo la maternità Erica ha chiesto l’aspettativa e poi si è licenziata. Sonia, attrice, ha proseguito cecando di fare entrambe le cose per poi dedicarsi all’impresa. La terza, Sonia, lavorava in un ristorante e si è licenziata. Fino ad ora sette ricette stagionali. Con l’aumento di capitale vogliono assumere nuove persone e creare nuove ricette anche per bambini più grandi. «Il network di mamme è una fucina di idee. Ci suggeriscono nuovi prodotti». La storia, insomma, continua.

Link dell’articolo : http://nuvola.corriere.it/2017/05/09/quando-15-minuti-possono-cambiare-la-vita/